Bepi Pezzulli: “Il Reform Party è complice dello statalismo”
La Gran Bretagna sta vivendo una fase di estrema crisi: vuoi per il cortocircuito portato da statalismo clientelare e wokismo rosso, vuoi per i contrasti culturali al suo interno che per alcuni stanno dando vita ad una guerra civile a bassa intensità, vuoi, come sostengono altri ancora per i contraccolpi del Global Britain e del più che decennio Tories. Ragioni diverse e forse tra loro contraddittorie che comunque descrivono una Britannia inflelix ricca di contrasti e di criticità. Per meglio comprenderne i problemi e i nodi abbiamo intervistato Bepi Pezzulli giornalista, manager con esperienza internazionale in finanza e industria, tra i massimi esperti di Brexit e politica britannica in Italia. Abilitato come Avvocato in Italia, Solicitor of the Senior Courts of England & Wales e Attorney-at-Law a New York è inoltre prolifico saggista e redattore di Atlantico Quotidiano.

Avv. Pezzulli come valuta l’evoluzione del Reform Uk dal ritorno di Farage all’immagine che ne emerge dopo la convention di Birmingham?
L’evoluzione di Reform UK dal ritorno di Nigel Farage alla convention di Birmingham mostra la definitiva normalizzazione del partito. Reform UK era nato come soggetto radicale conservatore ma si è trasformato in soggetto centrista popolare, privo di capacità restauratrice, con una governance accentrata interamente su Farage. La proposta politica del partito è costruita interamente sugli slogan, senza capacità di elaborare politiche complesse né di sviluppare idee di governo basate su analisi, dati ed evidenze. Al Regno Unito non serve un partito che resta nell’astrazione ideologica senza produrre proposte concrete e verificabili.
Che ne pensa in questo senso la svolta nazionalista economica e statalista del nuovo corso dei “riformisti” rispetto alla propria sedicente retorica thatcheriana e libertariana?
La svolta economica di Reform UK contraddice la ricetta Thatcheriana e libertaria. Dopo aver promesso libero mercato e riduzione dello Stato, il nuovo Reform UK ha imboccato la strada statalista: aperture a nazionalizzazioni, più spesa pubblica, più interventismo, espansione del perimetro dello Stato. È esattamente la dottrina fallimentare già sperimentata da Boris Johnson, che ha contribuito alla liquefazione elettorale del Partito Conservatore e all’innesco della crisi economica. Questa è un’ideologia incoerente che smentisce la promessa iniziale di rivoluzione pro-mercato.

Come valuta l’attuale quadro politico del Regno Unito?
Il Regno Unito attraversa una crisi politica profonda, che si manifesta su più livelli. Sul fronte economico, i rendimenti del debito pubblico si avvicinano stabilmente al 6%. Un livello simile, pur meno critico, fu sufficiente nel 2022 a travolgere Liz Truss. Oggi, con una spesa pubblica crescente e un debito che grava sui conti nazionali, la pressione dei mercati ricorda quotidianamente al governo quanto sia fragile il margine di manovra. La Bank of England ha predisposto strumenti permanenti per prevenire un nuovo collasso del mercato dei gilt, ma resta chiaro che ogni deviazione dalla disciplina fiscale può riattivare dinamiche destabilizzanti.
A questo si aggiungono tensioni sociali mai sopite. L’ideologia progressista del Labour ha favorito la percezione di un “two-tier system” nella giustizia e nell’ordine pubblico. Le nuove linee guida che invitano i giudici alla “lenienza” verso categorie definite marginalizzate, unite a un’applicazione diseguale della legge nelle piazze, hanno incrinato la fiducia nell’imparzialità dello Stato. Le marce pro-Palestina tollerate a Londra, contrapposte a episodi controversi contro chi ostenta la bandiera nazionale, alimentano la convinzione di un’Inghilterra che non riconosce più se stessa. Lo stesso Primo Ministro ha alimentato il dibattito parlando della croce di San Giorgio come simbolo “appropriato” dall’estremismo di destra.
La crisi politica si traduce così in un vuoto di rappresentanza. I Conservatori, logorati da quattordici anni di compromessi e fallimenti, si sono liquefatti. Reform UK, che avrebbe potuto interpretare il malessere diffuso, si è normalizzato fino a diventare un partito neo-centrista, dominato dalla figura di Nigel Farage, ma privo di profondità analitica. Il risultato è una forza che vive di slogan, che imbarca transfughi di ogni provenienza—dai Tories ai Labour fino ai LibDem—e che ha perso ogni pretesa di coerenza. L’ingresso di Nadine Dorries, simbolo dell’Online Safety Act e del fanatismo NetZero, dimostra la contraddizione di un partito che dice di opporsi al green deal e alla censura digitale, salvo poi cooptarne gli architetti. Le inversioni di rotta su immigrazione, mercato e spesa pubblica ne hanno smascherato l’anima restaurazionista: un soggetto che rielabora in chiave populista lo statalismo di Boris Johnson e lo inserisce nel consenso neo-blairiano che governa Westminster dal 1995.

Che fine fanno le istanze libertarie e liberiste in questo quadro?
In questo contesto, le vere istanze thatcheriane restano orfane. La necessità non è di un partito urlatore ma di una piattaforma post-ideologica, capace di coniugare rigore fiscale, riduzione della spesa pubblica, sostegno alle imprese e difesa delle tre libertà fondamentali—politiche, economiche e civili. Il Regno Unito si trova dunque in bilico fra una sinistra fabiana che usa lo Stato per ingegneria sociale e una destra frammentata, dove l’unica forza potenzialmente competitiva ha scelto di rinunciare a essere davvero alternativa. La crisi non è soltanto economica o sociale: è una crisi di visione. Senza un’offerta politica capace di misurarsi con i dati, di elaborare politiche coerenti e di sostenere un modello liberale autentico, il Paese rischia di restare imprigionato in un ciclo di governi che cambiano bandiera ma non agenda, e di perdere la capacità di agire come potenza autonoma sullo scenario internazionale.
Pensa ci sia spazio per movimenti o idee che favoriscano le istanze delle imprese?
Advance UK di Ben Habib incarna, a mio avviso, questa posizione, opponendosi da un lato a più debito e dall’altro a più tasse, e proponendo invece un ridimensionamento della spesa pubblica. Low Tax Small State: È qui che risiede la vera alternativa thatcheriana, non nelle caricature stataliste di Reform.

In molti hanno detto che con la convention di Birmingham il Reform Uk è diventato un partito di sistema e di appetiti. Come le appare l’attuale proiezione dei seguaci di Farage specie di fronte alle sfide del 2029 e delle elezioni in Galles e Scozia?
Il vero confronto per Farage non è tanto tra Reform UK e i partiti tradizionali, ma tra la convention di Birmingham e quella del 13 settembre guidata da Tommy Robinson. A Birmingham abbiamo assistito a un congresso di apparato, simile a una vecchia Democrazia Cristiana: transfughi da ogni partito, discorsi pieni di slogan, nessuna visione originale, tanta normalizzazione. Il 13 settembre, invece, si è respirata un’aria diversa: un atto di liberazione dal giogo del politicamente corretto, un richiamo diretto all’identità britannica, alla cultura nazionale e alla bandiera di San Giorgio senza complessi. È lì che si intravede un movimento che rivendica radici e libertà senza piegarsi al consenso neo-blairiano. Reform UK, con tutta la sua retorica, appare oggi parte del sistema; la sfida vera nasce, invece, fuori da quel perimetro.
